ChatGPT risponde al posto tuo: Quando l’assistenza diviene dipendenza cognitiva
Qualche giorno fa, a un tavolo vicino al mio, una ragazza molto giovane ha ricevuto un messaggio da un ragazzo. Invece di discuterne con le amiche, ha aperto ChatGPT e gli ha chiesto: «Cosa gli rispondo?». E l’intelligenza artificiale gliel’ha scritto.
Chiedere consiglio prima di rispondere non è certo una novità. Ma quando lo chiedi a un’amica, prima o poi arrivano le domande: «Ma a te piace?», «Cosa vorresti che capisse?». Sei costretta, almeno un po’, a fare i conti con te stessa. Con l’AI quel passaggio si può saltare, ed è proprio lì che la questione diventa interessante.

Il problema non è chiedere aiuto all’AI
Io l’intelligenza artificiale la uso tutti i giorni, senza sensi di colpa: le chiedo di smontarmi un ragionamento o di mostrarmi un lato che non avevo considerato.
Il confine però è sottile: un conto è usare l’AI per pensare meglio, un altro è usarla per smettere di pensare. Se le scrivo «è successo questo, io l’ho letto così: cosa mi sto perdendo?», ho davanti un interlocutore. Se le scrivo «dimmi cosa rispondere» e faccio copia e incolla senza chiedermi cosa ne penso io, ho davanti un ghostwriter. E ogni volta gli cedo un pezzetto della mia capacità di scegliere.
Al lavoro va benissimo così: per una mail all’amministrazione non mi serve metterci l’anima. Nella vita privata il discorso cambia. Le figuracce, i silenzi di troppo, i messaggi riletti dieci volte prima di premere invio non sono errori di sistema da correggere: sono il modo in cui diventiamo qualcuno. A vent’anni rispondi a un messaggio nel modo peggiore possibile, te ne penti e la volta dopo fai meglio. Un rapporto umano in cui nessuno sbaglia mai è anche un rapporto in cui nessuno impara niente.
ChatGPT probabilmente scrive messaggi migliori dei nostri.
Il punto è un altro: se li scrive sempre lui, noi quando impariamo?
Dall’assistenza alla dipendenza cognitiva

Per anni ci siamo chiesti quali lavori l’intelligenza artificiale ci avrebbe portato via. Nel frattempo, senza accorgercene, le stavamo cedendo il più nobile che abbiamo: pensare.
Il meccanismo è graduale, ed è proprio questo che lo rende insidioso. Prima le deleghiamo le attività noiose, poi le idee, poi le parole, infine le decisioni. Nessun passaggio sembra grave preso da solo, ma alla fine rischiamo di aver smesso di farci la domanda più importante: «io, cosa ne penso?».
Lo abbiamo già visto con il navigatore: da quando ci guida lui, in tanti arrivano ovunque ma non saprebbero rifare la strada da soli. Non ci ha reso stupidi, ci ha solo tolto l’esercizio. L’AI può fare lo stesso con qualcosa di molto più profondo di una mappa: il linguaggio, il ragionamento, il modo in cui ci relazioniamo agli altri. E una capacità che non eserciti, semplicemente, si atrofizza.
Non è una condanna, perché dipende tutto da come la usiamo. Ma è una scelta da fare in modo consapevole, finché siamo ancora noi a farla. Altrimenti, prima o poi, sulle app di intelligenza artificiale troveremo scritto «Nuoce gravemente al pensiero critico», come sui pacchetti di sigarette, magari con la foto di qualcuno che fissa lo schermo senza sapere più cosa rispondere.
E poi arriva il marketing
Ed è qui che il discorso tocca da vicino il mio lavoro.
Molti mi dicono: «Io sono libero di scegliere, il marketing con me non funziona». Piace a tutti pensarla così. Ma proviamo a guardare indietro.

Per decenni ci è stato raccontato che diventare adulti significava andare a vivere per conto proprio, lontano dai genitori. Semplificando un po’: dove prima c’era una famiglia con una lavatrice, poi ce n’erano due, con due case, due cucine e due frigoriferi da riempire. Intanto i supermercati si riempivano di formati famiglia e offerte «prendi tre, paghi due». Oggi la direzione si è invertita: si vende di più con monoporzioni, piatti pronti per uno, prodotti pensati per chi vive da solo.
Prima tutto in grande, poi tutto in piccolo. Non sono stati i nostri bisogni a cambiare idea così radicalmente: è cambiato ciò che conveniva vendere. E noi, convinti di scegliere liberamente, ci siamo adeguati ogni volta.
Ora immaginiamo la stessa dinamica con uno strumento infinitamente più potente. Chi esercita meno il proprio giudizio non diventa per forza manipolabile, ma diventa più dipendente dai sistemi che gli suggeriscono cosa scegliere. Il marketing digitale già oggi vive di previsioni: cosa guarderai, cosa comprerai, quale messaggio ti farà cliccare. Con l’intelligenza artificiale avremo sistemi capaci di adattarsi a ciò che siamo, a ciò che desideriamo e perfino a ciò che stiamo diventando.
Ed ecco il paradosso: quello che per noi è un indebolimento, per il mercato è un’enorme opportunità. Un consumatore prevedibile vale molto, uno che aspetta di sentirsi dire cosa scegliere vale ancora di più. Il marketing potrebbe smettere di chiedersi «come ti convinco?» e iniziare a chiedersi «come divento il sistema che decide con te?». Il brand del futuro potrebbe non venderti più qualcosa, ma suggerirti cosa volere.
Pensiamo a un assistente personale che conosce i nostri gusti, il nostro budget e gli acquisti precedenti, e a cui chiediamo dove andare nel weekend o che vino portare a cena. La sfida dei brand non sarà più comparire davanti ai nostri occhi, ma entrare nel sistema che produce la risposta. Per questo identità, reputazione e autorevolezza conteranno più che mai: quando le alternative saranno infinite, non vincerà chi produce più contenuti, ma chi è abbastanza riconoscibile da essere scelto anche dalle macchine che scelgono per noi.
Il valore di avere ancora un’opinione propria

Continuo a ripensare a quella ragazza. Non perché abbia sbagliato qualcosa: alla sua età avrei fatto probabilmente lo stesso. La differenza è che lei sta crescendo in un mondo in cui c’è sempre una risposta pronta, mentre noi siamo cresciuti dentro il dubbio: non sapere cosa dire, aspettare, sbagliare, cambiare idea.
Era scomodo, a volte frustrante. Ma è proprio in quel vuoto che si è formata una cosa che nei prossimi anni varrà più di qualsiasi risposta: un criterio personale, cioè la capacità di sapere cosa pensiamo anche quando nessuno ce lo suggerisce.
L’intelligenza artificiale può rafforzarlo, se la usiamo per mettere alla prova le nostre idee. Oppure può sostituirlo, piano piano e senza fare rumore, se iniziamo a consegnarle anche le scelte che servirebbero a capire chi siamo.
Per questo la domanda non è se usare l’AI, ma come:
la sto usando per pensare meglio, o per evitare di pensare?



